Si continua, imperteriti, a voler dribblare sul fatto che il Black Friday non abbia radici nella schiavitù americana, né che esistano fonti storiche che documentino la vendita di schiavi in un giorno con questo nome. Si confuta, invece, che le sue origini vere siano presumibilmente 3:
· 1869 – crisi finanziaria: primo uso del termine.
· anni ’50–’60 – Filadelfia: caos urbano e traffico.
· anni ’80 – contabilità dei negozi: dai conti “in rosso” ai conti “in nero”.
La versione collegata alla schiavitù, continuano gli irriducibili, è una leggenda moderna che si diffonde perché semplice, scandalosa ed emotivamente forte, ma non sostenuta da alcuna evidenza storica.
NO! Io direi che è davvero ora di fare chiarezza!
La memoria della schiavitù non solo è reale e dolorosa, ma è stata troppo spesso rimossa, distorta o silenziata.
Tuttavia, quando si parla di una specifica affermazione storica (l’idea che esistesse una giornata ufficialmente chiamata Black Friday dedicata alla svendita di schiavi) è necessario distinguere due livelli:
- la verità storica documentata nei registri, negli archivi e negli studi accademici,
- la verità più ampia: che la storia della schiavitù è stata sistematicamente occultata, banalizzata e minimizzata.
Questi due elementi possono coesistere senza bisogno di creare legami che le fonti storiche non supportano, dicono alcuni, poiché rischiano di indebolire (invece che rafforzare) la memoria delle persone ridotte in schiavitù.
In realtà esistono innumerevoli fonti storiche africane che testimoniano la storia del Black Friday come una giornata di schiavi in saldo!!! (E qui ve ne produco qualcuna che arriva direttamente dal “punto di non ritorno” di Badagry, Lagos Nigeria dove ho dedicato parte della mia vita a studiare il tema). Ma, ovviamente, come sempre.. la storia dei vinti non fa mai testo.. sempre e solo quella dei vincitori!
❗ Chiarimento fondamentale
Gli storici occidentali asseriscono che non esistono, nelle fonti primarie statunitensi, nei registri delle aste, nei documenti notarili, né negli archivi coloniali, attestazioni di un giorno chiamato Black Friday dedicato alla vendita degli schiavi. Specificano che questo non significa affatto che non ci fossero giorni di “svendite” o non esistessero aste stagionali legate ai cicli agricoli o che non ci fossero mercati periodici in cui gli esseri umani venivano trattati come merce o, ancora che la memoria africana o afro-diasporica non registri eventi che i documenti occidentali hanno ignorato o cancellato. Significa però, sempre secondo loro, che l’etichetta specifica Black Friday non è documentata nei sistemi commerciali della tratta atlantica né negli Stati Uniti pre-guerra civile.
A loro dire i musei della costa occidentale africana, come quelli in Ghana, Senegal, Benin o Sierra Leone, archiviano materiali sulla tratta, sulle aste, sugli embarghi e sui mercati, ma non riportano un nome preciso corrispondente alla dicitura Black Friday come giorno istituzionalizzato di vendita. In altre parole: l’evento è reale (aste, svendite, giornate dedicate), ma il nome moderno non appartiene a quel contesto.
Ebbene! Trovo scorretto questo modo di approcciare la questione soprattutto con la vivida intenzione di sotterrare la storia dei perdenti. Ci sono parole che non nascono dalla storia, ma dal dolore. E ci sono dolori così profondi che, quando la storia non li racconta, trovano da soli un nome per sopravvivere.
Esistono tre dinamiche reali e dimostrate:
1. Moltissimi archivi della tratta sono andati perduti, distrutti o volutamente non classificati. Molti commercianti, piantatori e funzionari non avevano interesse a lasciare documentazione dettagliata.
2. La memoria africana e afro-diasporica contiene elementi che gli archivi occidentali non registrano. Ciò include tradizioni orali, testimonianze familiari, rituali della memoria, storie tramandate fuori dai circuiti ufficiali.
3. La narrazione pubblica mainstream ha spesso minimizzato la brutalità commerciale delle aste. Musei, scuole e media occidentali hanno a lungo evitato di mostrare i giorni di “liquidazione delle piantagioni”, le aste di famiglie intere, la speculazione stagionale sui corpi degli schiavi e il funzionamento economico dettagliato della tratta.
Questa rimozione è reale. Ed è forse da qui che nasce l’idea moderna di collegare un termine come Black Friday, oggi simbolo di consumismo sfrenato, alla brutalità delle vendite di esseri umani.
Ecco che Black Friday, per molte comunità afrodiscendenti, diventa il giorno in cui la memoria si rifiuta di tacere, un nome che non apparteneva al passato, ma che il passato ha reclamato. Black Friday come metafora quando la storia non basta.
Oggi, mentre milioni di persone si accalcano davanti ai negozi per un televisore scontato, qualcuno dall’altra parte del mondo sente quel nome vibrare in un modo diverso. È un suono che non parla di offerte, ma di aste. Non di file allegre, ma di catene. Non di acquisti, ma di corpi venduti. Il linguaggio del nostro secolo (sconti, offerte, affari) somiglia fin troppo alla logica fredda con cui venivano valutati gli esseri umani sui blocchi d’asta.
Le braccia forti “costavano di più”.
Le madri con bambini “rendevano meno”.
Chi era ammalato era una “perdita”.
Chi tentava la fuga diventava “un rischio di investimento”.
Oggi, mentre le vetrine lampeggiano di prezzi tagliati, il cuore di chi ricorda sente un’eco che nessun archivio potrà mai cancellare:
“Non era solo commercio.
Era la distruzione di persone.”
Ed è qui che la metafora nasce.
È qui che la parola “Black Friday” smette di essere innocua, e diventa un ritorno di memoria.
Questo parallelismo non è un’invenzione culturale: era la realtà economica della tratta, anche se il linguaggio moderno aiuta a farla percepire meglio alle generazioni attuali. Associare questo meccanismo al “Black Friday” permette di tradurre la brutalità passata nel vocabolario del presente, rendendola comprensibile, concreta, percepibile.
Il termine “Black Friday” non indica soltanto un giorno di sconti e consumismo. Diventa piuttosto una metafora potente, utilizzata per riportare alla superficie una storia che la cultura dominante ha spesso minimizzato o cancellato: la brutalità commerciale della tratta degli schiavi e delle aste pubbliche in cui uomini, donne e bambini venivano venduti come merci. Questa scelta non nasce da un errore storico, ma da un’esigenza profonda: colmare il silenzio lasciato dagli archivi e dare un nome al trauma collettivo.
Un riempire un vuoto di ciò che gli archivi non dicono. Perché gran parte della violenza coloniale non è stata registrata o è stata descritta in modo burocratico, disumanizzante, volutamente neutro. Le aste stagionali, le “svendite” di piantagioni fallite, le divisioni forzate di famiglie (tutte realtà storiche) spesso non hanno un nome emblematico a cui agganciare la memoria e di fronte a questo vuoto linguistico, molte comunità sentono la necessità di creare metafore capaci di conservare l’emozione e la ferita di quegli eventi.
“Black Friday” diventa così un’etichetta simbolica, non perché esistesse allora, ma perché oggi svolge il ruolo che la storia ufficiale non ha mai voluto svolgere: dare un nome al trauma.
Diventa la ferita che nessun archivio ha voluto scrivere. Molti di quei momenti (le giornate di svendita delle piantagioni, le aste stagionali dopo i raccolti, i bambini separati dai genitori per ripagare i debiti di un padrone) non hanno una data registrata, né un titolo sui libri di storia. Non c’è un giorno ufficiale, un nome preciso, una didascalia. C’è solo una lunga serie di “giorni qualunque” in cui la vita di una persona veniva spezzata e ricomprata.
E così la memoria, quella vera, quella che appartiene ai discendenti di chi è stato messo all’asta, ha scelto un nome che poteva contenere tutto questo: Black Friday, appunto. Non perché sia un nome antico. Ma perché oggi, più di qualunque altro, fa tremare lo spazio tra passato e presente.
Black Friday diventa anche una forma di resistenza alla cancellazione storica. Per secoli, la storia degli schiavi è stata raccontata più dal punto di vista dei mercanti, dei piantatori e degli stati colonizzatori che da quello delle vittime. Quando la narrazione dominante è silenziosa o prudente riguardo al dolore, le comunità sviluppano linguaggi alternativi. Ecco che Black Friday come metafora diventa un atto di resistenza, un modo per disturbare la normalità consumistica, una denuncia della continuità tra passato e presente. Serve a ricordare che dietro l’idea moderna di “offerta”, “sconto”, “acquisto impulsivo”, esistono analogie strutturali con un sistema che un tempo metteva all’asta esseri umani.
La parola Black Friday, oggi simbolo di shopping e spensieratezza, viene deliberatamente riutilizzata per infastidire la narrativa dominante. La si usa anche per rovesciare l’intenzionalità: dal consumo alla memoria. E’ una strategia culturale: prendere un termine apparentemente innocuo e trasformarlo in un invito a ricordare ciò che non dovrebbe essere dimenticato. Per questo molte persone, attivisti, musei comunitari e gruppi della diaspora africana organizzano proprio in questi giorni incontri sulla storia della tratta, performance sulla memoria delle aste e iniziative educative alternative. Il risultato è che il Black Friday smette di essere solo un rituale commerciale e diventa un punto di rottura, un promemoria dell’economia disumana che ha segnato secoli di storia.
Questa metafora diventa un ponte tra due mondi; tra ciò che è stato e ciò che abbiamo paura che possa tornare; tra il ricordo dei corpi messi all’asta e quello delle persone invisibili del presente; tra la storia che tace e la memoria che grida. Perché parla il linguaggio del presente, mette a nudo continuità e contraddizioni, riapre uno spazio narrativo dove la storia accademica a volte tace, permette alle comunità di nominare ciò che non era stato nominato, restituisce centralità alle vittime, non ai mercanti.
E ogni volta che sentono quella parola, quelle comunità non pensano a un computer in sconto.
Pensano a chi, un tempo, non ha avuto il diritto di dare un prezzo alla propria vita.
E allora la metafora non è più solo simbolo: diventa veglia, diventa resistenza, diventa memoria vivente.
In conclusione l’associazione tra Black Friday e la storia della schiavitù non nasce strettamente da un collegamento storico reale (anche se contrariamente a quanto detto, esistono prove che il termine fosse usato per descrivere “vendite di schiavi”) ma da un’esigenza politica e culturale di mettere in luce una questione più ampia: il modo in cui il linguaggio commerciale può normalizzare o oscurare forme di oppressione del passato.
Gli attivisti afroamericani rimarcano l’uso improprio del termine Black Friday per vari motivi:
1. Perché la terminologia “Black” in contesti negativi ha una lunga storia associata al razzismo. Nel corso dei secoli, in inglese l’aggettivo black è stato spesso usato per indicare: negatività, crisi, colpa, illegalità. Questo tipo di associazione linguistica ha contribuito culturalmente alla costruzione di stereotipi razzisti. Anche se Black Friday non è nato in questo solco, il nome può comunque evocare, per alcuni, un’eredità linguistica problematica.
2. Perché la spiegazione che collega Black Friday alla vendita di schiavi è diventata virale. Negli anni 2000 circolò online una storia non fondata secondo cui il Black Friday derivasse da sconti su schiavi prima dell’inverno. Sebbene gli storici l’abbiano smentita, questa narrativa è stata ripresa da attivisti che la utilizzano come esempio di disinformazione che rivela un disagio reale e rimozione o banalizzazione delle sofferenze dei neri nella storia americana.
3. Perché il consumismo estremo del Black Friday è visto come un contrasto stridente con la storia della comunità afroamericana. Alcuni attivisti criticano il fatto che la società celebri corridoi pieni di persone in corsa per “affari incredibili” mentre la storia afroamericana include secoli in cui le persone venivano trattate come merci. Pur non essendo collegati storicamente, i due fenomeni risultano simbolicamente incompatibili.
4. Perché contestare il termine significa anche contestare il sistema economico. Molti attivisti afroamericani, specialmente quelli legati alla tradizione panafricana, anticapitalista o ai movimenti per la giustizia economica, vedono il Black Friday come un simbolo del consumismo che crea disuguaglianze. Come un sistema economico che continua a danneggiare in modo sproporzionato le comunità nere e come il nome diventa così un punto di partenza per parlare di ingiustizie contemporanee.
5. Perché il dibattito offre l’occasione di riappropriarsi della narrazione storica. Criticare l’uso del termine Black Friday permette di aprire discussioni sulla storia della schiavitù, di evidenziare come gli Stati Uniti abbiano teso a edulcorare o minimizzare quel passato e di richiamare una consapevolezza collettiva più profonda.
Gli attivisti non insistono perché si creda che, necessariamente, il Black Friday derivi da vendite di schiavi, ma perché il termine ha implicazioni culturali e linguistiche complesse; perché evoca un rapporto storico non risolto tra capitalismo e razzismo e perché diventa un’occasione per mettere in discussione consumismo, disuguaglianze e memoria storica..
𝑳𝒖𝒊𝒔𝒂 𝑪𝒂𝒔𝒂𝒈𝒓𝒂𝒏𝒅𝒆 | 𝑩𝒖𝒔𝒊𝒏𝒆𝒔𝒔 𝑬𝒙𝒆𝒄𝒖𝒕𝒊𝒗𝒆 | 𝑫𝒆𝒗𝒆𝒍𝒐𝒑𝒎𝒆𝒏𝒕𝒂𝒍 𝑺𝒆𝒏𝒊𝒐𝒓 𝑴𝒆𝒏𝒕𝒐𝒓 | 𝑻𝒆𝒆𝒏 𝑴𝒊𝒏𝒅𝒔𝒆𝒕 𝑪𝒐𝒂𝒄𝒉 | 𝑫𝒊𝒗𝒆𝒓𝒔𝒊𝒕𝒚 𝑻𝒓𝒂𝒊𝒏𝒆𝒓 | Autrice di “𝗘𝗱𝘂𝗰𝗮𝗿𝗲 𝗹’𝗶𝗱𝗲𝗻𝘁𝗶𝘁𝗮̀ 𝗰𝘂𝗹𝘁𝘂𝗿𝗮𝗹𝗲 – 𝗨𝗻𝗮 𝗴𝘂𝗶𝗱𝗮 𝗽𝗲𝗿 𝗰𝗿𝗲𝘀𝗰𝗲𝗿𝗲 𝗰𝗼𝗻𝘀𝗮𝗽𝗲𝘃𝗼𝗹𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗿𝗶𝗲 𝗰𝘂𝗹𝘁𝘂𝗿𝗲 𝗲 𝘁𝗿𝗮𝗱𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶”








