Il razzismo che non si vede è quello che si chiama “normale”. La cena di Osaka e lo specchio che l’Occidente non vuole guardare.

Siamo arrivati lontano. E ce lo diciamo tra noi.

Naomi Osaka, una cena a Parigi, e il diritto di esistere senza chiedere permesso.

Il razzismo che non si vede è quello che si chiama “normale”. La cena di Osaka e lo specchio che l’Occidente non vuole guardare.

 

Il fatto di cronaca: la tennista giapponese Naomi Osaka è finita nel mirino della critica dopo aver organizzato, appena arrivata a Parigi per partecipare al Roland Garros 2026, una festa includendo soltanto giocatori neri. Una decisione che le attirato qualche commento ‘di troppo’ sui social, dove molti utenti, soprattuto su X, l’hanno criticata urlando al razzismo.

 

Osaka ci ha tenuto quindi a qualche precisazione:

Vedete, sto notando un po’ di ‘Perché non puoi amare tutti per tutte le tonalità di pelle?’ e ‘e se qualcuno avesse fatto una festa tutta bianca?!’”, ha scritto sul proprio profilo Threads, “prima di tutto, io amo tutti per quello che sono, indipendentemente dalla loro razza + etnia, (sono letteralmente metà giapponese, lol). Posso parlare solo dalle mie esperienze nella mia vita, però, crescendo come giocatrice di tennis non vedevo molte persone che somigliavano a ME e sento che è importante celebrarle”.

 

“In secondo luogo, sento che è importante notare che ci sono state cene/feste tutte bianche. Non so come altro dirvelo, le ho viste letteralmente tutto il tempo e non ho mai avuto problemi al riguardo”, ha continuato Osaka, “alle persone che fanno questa domanda, voglio fare anch’io questa domanda: ‘Cos’è che vi turba tanto del fatto che le POC si riuniscano?’”.

 

“Voglio concludere dicendo che sono cresciuta vedendo mio padre essere discriminato, con la polizia chiamata contro di lui più volte al campo da tennis”, ha scritto Osaka, “ci sono tante cose per cui mi scuserò nella mia vita, ma celebrare l’essere neri e apprezzare chi siamo non sarà mai qualcosa per cui considererei di dire scusa. Grazie”.

 

“In realtà ho mentito, mi dispiace. Mi dispiace per le persone che non riescono a comprendere nei loro cervelli che questa non è una questione di esclusione, è una celebrazione di quanto siamo arrivati lontano”, ha concluso Osaka.

 

 

C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel fatto che una cena …… sì, una cena tra amici ……. abbia scatenato più indignazione di quanto ne scateni, ogni giorno, il razzismo sistemico che quella stessa cena cercava, simbolicamente, di rispondere.

 

Naomi Osaka arriva a Parigi per il Roland Garros 2026 e organizza un incontro tra tennisti neri. Niente di più, niente di meno. E il mondo (o almeno quella parte di mondo che vive su X con il dito perennemente alzato) insorge. Razzismo inverso. E se l’avesse fatto qualcuno con una festa tutta bianca? Le solite domande. Le solite, stanche, domande.

 

“Sono letteralmente metà giapponese, lol”

 

Quello che colpisce di più nella risposta di Osaka non è la fermezza (anche se è magnifica) è la lucidità. Osaka non si difende dall’accusa di razzismo con argomenti astratti. Lo fa con la propria vita: figlia di madre giapponese e padre haitiano, cresciuta in un mondo in cui il campo da tennis era uno spazio quasi esclusivamente bianco, con un padre che ha visto la polizia chiamata contro di lui sul campo da tennis. Non in un vicolo, non in un quartiere difficile. Sul campo da tennis.

 

Lei sa cosa significa essere uno specchio rotto in un ambiente che si aspetta un riflesso uniforme. Lo sa nel sangue. Letteralmente.

 

E qui ci siamo anche noi. Noi di Métissage Sangue Misto. Noi che siamo cresciuti cercando negli occhi degli altri un punto di riconoscimento che tardava ad arrivare. Noi che abbiamo imparato presto che la nostra identità mista non era neutrale. Era una domanda che gli altri si sentivano in diritto di farci ogni volta che ci guardavano.

 

 

Il privilegio dell’invisibilità dello standard

Le feste “tutte bianche” esistono. Osaka lo dice senza esitare: le ho viste letteralmente tutto il tempo. Non le ha mai pesate come un’offesa, perché non era il momento di farlo. Ma soprattutto perché quella omogeneità era (ed è ancora) talmente normale da essere invisibile.

 

Questo è il cuore della questione, e vale la pena dirlo con chiarezza: lo standard bianco non si vede perché è lo sfondo. È la carta su cui tutto viene scritto. È il tono neutro, il default, il punto zero da cui si misurano le distanze. E chiunque si discosti da quel punto zero (per colore della pelle, per lineamenti, per capelli, per cognome) lo sa benissimo.

 

Quando le persone di colore diverso dal bianco si riuniscono, improvvisamente lo sfondo si accorge di sé stesso. E si spaventa.

 

Celebrare non è escludere

C’è una distinzione fondamentale che i critici di Osaka (e di chiunque rivendichi uno spazio di appartenenza non bianca) si rifiutano di fare: la differenza tra celebrazione ed esclusione.

Escludere è dire: voi non siete benvenuti qui perché siete diversi da noi.

Celebrare è dire: noi esistiamo, siamo arrivati fin qui, e vogliamo guardarci negli occhi per ricordarcelo.

 

Non è la stessa cosa. Non è mai stata la stessa cosa. Ma richiede un esercizio di empatia storica che certi dibattiti social non sembrano disposti a fare: capire che quando una minoranza si raduna, lo fa anche per riprendersi uno spazio che il mondo le ha a lungo negato o reso faticoso da abitare.

 

Il mondo si sta muovendo. Lentamente, ma si muove.

Quello che il caso Osaka ci mostra (e che per noi di Métissage è motivo di attenzione e, sì, anche di speranza) è che qualcosa nel racconto globale sta cambiando.

 

Una tennista “metà” giapponese e “metà” nera caraibica (sul concetto di “metà” sapete come la penso… noi Mixed siamo 1005 di una parte e 100% dell’altra… ma questo è un concetto complesso da far comprendere!), tra le più famose del mondo, non chiede permesso. Non si scusa. Dice ci sono tante cose per cui mi scuserò nella mia vita, ma celebrare l’essere neri non sarà mai una di queste. E lo dice in cinque lingue culturali diverse, con la sicurezza di chi ha passato anni a costruirsi un’identità che il mondo voleva semplificare, appiattire, ridurre a una sola casella.

 

Questo è esattamente il mondo che Métissage Sangue Misto racconta: un mondo in cui le identità plurali non si giustificano, non si dimezzano per far stare gli altri più comodi. Un mondo in cui la mescolanza (di sangue, di culture, di storie) non è un’anomalia da spiegare, ma una ricchezza da abitare con piena consapevolezza.

 

Lo standard unico, bianco, monolitico, sta cedendo dei millimetri. Non abbastanza, non abbastanza in fretta. Ma Naomi Osaka a Parigi, con la sua cena e le sue parole, ha piantato un altro piccolo palo in quella direzione.

 

E noi lo vediamo.

 

Métissage Sangue Misto è uno spazio per chi abita le soglie, per chi porta più di un mondo dentro di sé. Se anche tu ti sei riconosciuto in queste parole, condividi, commenta, racconta la tua storia.

 

 

𝑳𝒖𝒊𝒔𝒂 𝑪𝒂𝒔𝒂𝒈𝒓𝒂𝒏𝒅𝒆 | 𝑩𝒖𝒔𝒊𝒏𝒆𝒔𝒔 𝑬𝒙𝒆𝒄𝒖𝒕𝒊𝒗𝒆 | 𝑫𝒆𝒗𝒆𝒍𝒐𝒑𝒎𝒆𝒏𝒕𝒂𝒍 𝑺𝒆𝒏𝒊𝒐𝒓 𝑴𝒆𝒏𝒕𝒐𝒓 | 𝑻𝒆𝒆𝒏 𝑴𝒊𝒏𝒅𝒔𝒆𝒕 𝑪𝒐𝒂𝒄𝒉 | 𝑫𝒊𝒗𝒆𝒓𝒔𝒊𝒕𝒚 𝑻𝒓𝒂𝒊𝒏𝒆𝒓 | Autrice di “𝗘𝗱𝘂𝗰𝗮𝗿𝗲 𝗹’𝗶𝗱𝗲𝗻𝘁𝗶𝘁𝗮̀ 𝗰𝘂𝗹𝘁𝘂𝗿𝗮𝗹𝗲 – 𝗨𝗻𝗮 𝗴𝘂𝗶𝗱𝗮 𝗽𝗲𝗿 𝗰𝗿𝗲𝘀𝗰𝗲𝗿𝗲 𝗰𝗼𝗻𝘀𝗮𝗽𝗲𝘃𝗼𝗹𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗿𝗶𝗲 𝗰𝘂𝗹𝘁𝘂𝗿𝗲 𝗲 𝘁𝗿𝗮𝗱𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶”

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