Il dolore è inevitabile. La sofferenza è una scelta.

Il dolore è l’elemento che può ancora risvegliarci. La gente tenta di nascondere la propria sofferenza, ma è un errore grave. Il dolore è qualcosa da portarsi dietro, come una radio. Puoi avere cognizione della tua forza affrontando il tuo dolore. Tutto dipende da come lo sopporti. È questo che conta. La sofferenza è un sentimento, e i tuoi sentimenti sono parte di te, sono la tua realtà personale. Se ti vergogni di loro e li nascondi permetti alla società di distruggere la tua realtà. Ognuno dovrebbe rivendicare il diritto di esibire il proprio dolore.“ 

Jim Morrison (1943 – 1971)

Ieri, dopo aver letto l’articolo nel mio blog @metissagesanguemisto dal titolo “Nessuno come me”, Roxanne mi scrive il privato chiedendomi lumi sul senso della sofferenza e come mi riesce così facile parlare di dolore.

Per prima cosa vorrei ringraziarti Roxanne, perché hai trovato del tempo, non solo  per leggermi, ma anche per analizzare e riflettere sulle mie parole.

Sinceramente non mi è poi così facile parlare di questo tema, ma, probabilmente, ho masticato abbastanza polvere in questa vita da potermi permettere di vedere la questione sotto un’altra prospettiva e fare quindi uno sforzo in più nell’ elaborarlo. I miei due centesimi qui, potrebbero risultare, ai più, prolisso e pedante, ma sappiate che vi è richiesta solo una piccola disponibilità a riflettere. Niente di più.

Premetto che cadrò spesso nella intercambiabilità delle parole “dolore” e “sofferenza”, pur essendo consapevole che ambedue hanno significati completamente differenti. La sofferenza non è una semplice sensazione, come il dolore. Né è un’emozione, come la tristezza o la paura. È uno stato che comprende tutta la nostra mente, che è fatta non solo di emozioni negative ma anche di pensieri, credenze e qualità della nostra stessa coscienza. Non ci  può essere sofferenza senza dolore. In realtà, la maggior parte della nostra sofferenza non ha nulla a che fare con il dolore. È indotta da emozioni negative come tristezza, vergogna o colpa, o da situazioni come privazione della libertà, solitudine, angoscia, depressione, rifiuto sociale, oppressione, ecc. Ciò che è certo è che non può esserci sofferenza se non c’è nessuno che la sperimenta, se non c’è nessuna consapevolezza.

Detto questo, per semplicità mia e per rasentare il nostro modo di esprimerci giornalmente, userò i due termini in modo fungibile nell’elaborazione del mio pensiero.

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E’ fuori discussione il fatto che non è possibile concepire una vita senza sofferenza. Nelle sue molteplici forme, è parte integrante dell’esistenza di ciascuno, pertanto non è possibile immaginare – né tantomeno sperare – una vita priva di dolore. Quando si parla a proposito del dolore, si è soliti associarlo con la morte, ma può avere luogo anche dopo una delusione o  la rottura di una relazione di coppia oppure dopo la perdita del lavoro o di un oggetto materiale con il quale avevamo un forte legame personale, oppure, ancora, per un’offesa o un torto subiti, un’amicizia finita, incomprensioni e tradimenti. Anche il dolore fisico, spesso, porta con sé una sofferenza anche a livello psicologico, emotivo ed esistenziale; basti pensare in questo senso a una malattia inguaribile o a un handicap fisico.

“Fa piaga nel tuo cuore La somma del dolore Che va spargendo sulla terra l’uomo; il Tuo cuore è la sede appassionata dell’amore non vano.” Ungaretti (2)

Non posso far altro che ricordare Ungaretti, il quale ha dedicato un libro intero (“Il dolore” – appunto) al tema della sofferenza perché toccato profondamente dalle difficoltà e le brutalità della vita (nella fattispecie due furono i cardini del suo dolore: la guerra e la morte prematura del figlioletto di 9 anni) ed ha descritto il dolore con un’intensità che trovo illuminante. Quando dice ” “Il Dolore” è il libro che più amo, il libro che ho scritto negli anni orribili stretto alla gola; se ne parlassi mi parrebbe d’essere impudico. Quel dolore non finirà più di straziarmi“, riesce a far comprendere quanto, sotto il segno della sofferenza,  il mondo appare trasformato nella sua interezza.

Tutti cerchiamo la felicità, la bramiamo oltre ogni avversità e ogni sfortuna. La felicità, per definizione, è lo stato d’animo di chi non è turbato da dolori e dispiaceri, una condizione di beatitudine che è stata spesso al centro del dibattito di molti filosofi e pensatori. Questo nostro tendere verso una condizione di maggiore soddisfazione, purtroppo, spesso resta un viaggio irrisolto, perché è proprio l’affannosa ricerca della felicità che ci allontana da essa.

Debbo dire che studiare filosofia al liceo è stato, per me,  un aiuto non indifferente per riflettere e capire il senso di uno status vivendi come il dolore e come gestirla. Aristotele, il più importante tra i filosofi metafisici, comprese quanto l’assenza di dolore fosse il punto più alto nella vita di ogni uomo e che per raggiungerla era necessario essere virtuosi, coltivare un atteggiamento razionale e saggio; anche Epicuro, seguendo questa indagine, spiegò che l’uomo poteva allontanare il male e il dolore perseguendo una dottrina che riponeva il bene più alto, sommo, appunto nella felicità. Ma colui che più mi ha contagiato nell’affrontare questo argomento è stato  Arthur Schopenhauer, l’unico in grado di farmi comprendere, e, fornirmi gli strumenti necessari per gestire il senso  della sofferenza. Schopenhauer rimase segnato dalla morte del padre suicida e fin dalla sua giovinezza mostrò un’attitudine pessimistica. Aveva una concezione della vita angosciante e cupa, convinto che la vita dell’essere umano fosse caratterizzata dalla sofferenza e che da essa non ci fosse scampo. Essendo un pessimista radicale, sosteneva che non ci si dovesse concentrare sul raggiungimento della felicità, ma sulle ragioni per cui non si è felici. Nonostante la sua attitudine avversa, Schopenhauer riuscì a dimostrare attraverso la sua indagine filosofica che esistono delle regole per liberarsi il dolore e poter provare sollievo durante il cammino dell’esistenza umana.

“Fa piaga nel tuo cuore La somma del dolore Che va spargendo sulla terra l’uomo; il Tuo cuore è la sede appassionata dell’amore non vano.” Ungaretti (1)

La trasformazione della nostra vita in nome della sofferenza, appartiene al genere delle esperienze cruciali poiché esso sottopone gli uomini ad una tensione che, quando non produce distruzione, accresce certamente la consapevolezza. Il dolore, qualunque sia la sua origine ed in qualunque modo sia vissuto, rompe il ritmo abituale dell’esistenza, produce quella discontinuità sufficiente per gettare nuova luce sulle cose ed essere insieme patimento e rivelazione. Normalmente, questo processo si conclude in modo naturale, perché si tratta di un momento normale dalla durata limitata; la sua evoluzione procede fino al momento del superamento del trauma, fortificando la nostra maturità e la nostra crescita personale.

 Tuttavia, così com’è facile riconoscere che si tratta di un processo naturale che implica una sofferenza nella maggior parte delle persone, si sa anche che esso può complicarsi, provocando disturbi qualora i sintomi permanessero nel corso tempo e ostacolassero il normale scorrere dei giorni. Molte persone rimangono bloccate in una delle fasi di questo processo senza riuscire a staccarsi e a lasciare ciò che hanno perso.

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Schopenhauer tracciò un argine alla sofferenza attraverso quelle che lui definisce “le vie di liberazione dal dolore”, suddivise in tre momenti: l’esperienza estetica o l’arte, l’esperienza morale e l’esperienza ascetica. Il filosofo sosteneva l’importanza di percorrere queste vie per superare una condizione umana che rischia altrimenti di portare ad arrendersi alla frustrazione.

L’esperienza estetica permette di elevare l’essere umano al di sopra del dolore, è una forma libera, idealista, contemplativa. Il filosofo la considerava tuttavia un conforto fugace: l’unico capace di poter prosperare grazie all’arte e liberarsi a pieno dal dolore è infatti, secondo Schopenhauer, il genio, l’artista, un individuo che è naturalmente predisposto a quest’esperienza grazie alle sue doti.

L’esperienza morale, come quella estetica, è a sua volta una liberazione parziale e provvisoria dal dolore poiché non deriva dalla ragione, ma da una condivisione della propria condizione con gli altri, dalla partecipazione empatica ai dolori altrui, che sgorga da un sentimento di pietà da cui scaturiscono due virtù, la giustizia e la carità.

“Fa piaga nel tuo cuore La somma del dolore Che va spargendo sulla terra l’uomo; il Tuo cuore è la sede appassionata dell’amore non vano.” Ungaretti (3)

Infine, c’è l’esperienza ascetica, l’ultima condizione che consentirebbe all’uomo di liberarsi dal dolore della propria esistenza. L’ascesi di Schopenhauer nasce da una situazione di inadeguatezza dell’uomo nei confronti del dolore: si attua attraverso la castità, la povertà, il digiuno, tutte condizioni in grado di negare quella volontà irrazionale a cui saremmo costretti in quanto esseri umani.

L’uomo, attraverso l’ascesi, sceglie di procedere verso l’unico atto di libertà dalla sofferenza, annullando il proprio desiderio. L’esperienza ascetica è l’esperienza del nulla, che permette di raggiungere uno stato d’animo paragonabile al Nirvana buddista, in cui gran parte dei piaceri materiali vengono abbandonati per combattere questa volontà irrazionale.

Tutta questa fillipica solo per raccontarvi come l’ascesi di Schopenhauer ha avuto un’enorme influenza sul mio modo di affrontare gli scossoni tragici della vita e, rielaborandolo, secondo i miei parametri di adolescente, ho potuto affrontare a muso duro ogni avversità che mi si è parato davanti. Il primo passo che ho adottato (e che tutt’ora adotto) è determinato proprio dalla capacità di elaborare il dolore; momento assolutamente necessario  che passa attraverso alcune fasi sovrapposte.

1) Innanzitutto accettare la realtà, non opporre resistenza ai cambiamenti che inevitabilmente si innescano.

2) Sperimentare il dolore e la pena, comprendere che è un processo naturale, che richiede un certo tempo e che va vissuta gradualmente, sviluppando nuovi meccanismi e nuovi aspetti della nostra personalità.

3) Esprimere le nostre emozioni e i nostri sentimenti. Sempre. Mai reprimerli

4) Riempirci di vitalità, uscire dalla nostra comfort zone, non chiudendoci nel nostro guscio, ma aprendoci agli altri, imparare cose nuove, viaggiare …. trovare, insomma, un nuovo senso della vita.

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1) Eliminare i sensi di colpa; 2) non fare della sofferenza un culto; 3) vivere nel presente (o almeno nell’immediato futuro); 4) fare sempre le cose di cui si ha più paura (il coraggio s’impara a gustare col tempo); 5) fidarsi della gioia; 6) se il malocchio ti fissa, guardare da un’altra parte, 7) prepararsi ad avere 87 anni.“ 

Erica Jong scrittrice, 1942

 

Il patire dell’uomo resta sempre e comunque un mistero sacro e un paradosso, perché anche se tutti ne fanno esperienza esso resta indicibile e non può essere condiviso; nessuno, per quanto empatico, può davvero sentire il dolore di un altro. Ognuno soffre a modo suo, da solo. Ma la sofferenza, mentre ci chiude in noi stessi e ci ammutolisce, ci costringe a uscire da noi e a chiederci se abbia un senso l’umano soffrire e quale sia e quale significato abbia, se mai ce l’ha, lo stare al mondo.

Premesso dunque che il dolore fa parte dell’esistenza, non ci resta altro che riscoprirlo ed accettarlo perché è un’occasione per capirne il senso. Se abbiamo l’occasione di viverlo, ricordiamoci che ci sta interpellando  sul senso dell’esistenza, chiedendoci di ricercare quelle modalità che ci permetta di guardarlo e accoglierlo nella nostra vita oltre che di interpretarlo come occasione per una riflessione più autentica su noi stessi e sull’esistenza. E per fare tutto questo non dobbiamo scordarci del fattore tempo… inventato per darci la possibilità di usufruirne al meglio. Dobbiamo imparare a prendere il tempo di cui necessitiamo e a utilizzarlo per ripartire, dando senso e significato a ciò che abbiamo dentro e che ci blocca. 

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“Il nostro dolore ci dona uno sguardo più grande, ci aiuta a sentire e a capire anche il dolore degli altri. Nel dolore c’è la possibilità di una speranza, di credere ancora in qualche modo negli uomini.”

Alberto Camerotto

 

@Wizzy,  Afro Bodhisattva, Entrepreneur, Physical Anthropologist, Freelance researcher of African Studies, culture, tradition and heritage, CEO Dolomite Aggregates LTD and Founder MBA Métissage Boss Academy and @metissagesanguemisto.

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