Perché Afro-Bodhisattva?

Me lo avete chiesto in tanti durante l’ultimo convegno in cui ho relazionato sui temi del meticciato e della diversità culturale: “perché spesso ti definisci una Afro-Bodhisattva e che significato ha per te”?

 

La spiegazione è molto semplice, ma altrettanto complessa, se non si hanno gli strumenti per comprendere a fondo il flusso del concetto. Tuttavia provo a raccogliere le idee e cerco di rendere fluido ciò che, in realtà, per molti, non lo è.

 

Questa parabola popolare cattura l’essenza di un Bodhisattva:

Tre viaggiatori nel deserto erano alla disperata ricerca di acqua. Vedendo un alto muro davanti a loro, si affrettarono a raggiungerlo, ma non riuscirono a trovare un modo per entrarvi. Un uomo salì sulle spalle di un altro per vedere cosa c’era dietro il muro. Emise un grido di gioia e saltò dentro. Il secondo lo seguì. Il terzo uomo si arrampicò sulla parete con difficoltà. Guardando in basso, vide un giardino fresco e verdeggiante con alberi da frutto. Invece di seguire i suoi compagni, saltò di nuovo nel deserto per cercare altri vagabondi e condividere con loro la scoperta del giardino e il modo di raggiungerlo. Secondo voi chi era il Bodhisattva tra i tre?

 

Nel Buddismo, il termine Bodhisattva ha diversi riferimenti: si riferisce agli esseri illuminati, a chi già raggiunto l’illuminazione ma rimane su questa terra per la sua sconfinata compassione e per aiutare tutti gli esseri viventi a raggiungere la liberazione o a chi si trova sul sentiero del risveglio.  Nella sua accezione più ampia, il termine Bodhisattva si riferisce a chiunque aspiri alla Buddità o all’Illuminazione universale, cioè a qualsiasi buddista Mahayana. Nel Buddismo Mahayana, Bodhisattva si riferisce anche a esseri mitici come Avalokiteshvara e Manjushree,  icone della devozione. Diventare Bodhisattva è la meta più alta del Buddismo Mahayana.

 

Ho sposato il senso letterale dell’essere un Bodhisattva, cioè un essere vivente (sattva) che aspira all’Illuminazione (bodhi) conducendo pratiche altruistiche. L’ideale del Bodhisattva, in quanto individuo che cerca l’Illuminazione per sé stesso e per gli altri, è centrale nella tradizione buddista mahayana, e la compassione – vale a dire la condivisione empatica delle sofferenze altrui – è il suo tratto distintivo

 

Attenzione! Un Bodhisattva non è un Buddha.

 

Il Buddha è una consapevolezza non-duale pulita, distaccata e purificata, il Bodhisattva è un essere tantrico, carnale, selvaggio e divino che sa cosa fare con il sangue, il dolore e la sporcizia della vita. Questo significa che non è necessario essere speciale o elevato spiritualmente per essere un Bodhisattva, né tanto meno essere un buddista. Per incarnare lo scopo della propria Anima, c’è chi sceglie di abbracciare il sentiero del Bodhisattva perché si riferisce all’essenza fondamentale che c’è in tutti noi e che in ultima analisi trascende tutte le religioni e le etichette. E’ un sentiero di devozione e compassione incentrato sul cuore; un cammino che consiste nell’abbracciare coraggiosamente le tempeste e i vuoti esistenziali della vita. È un sentiero di Amore e Unità incarnati nell’anima. Personalmente trovo che il termine Bodhisattva sia profondamente inclusivo e universale poiché l’essenza di tutti è l’illuminazione. Siamo tutti espressioni uniche del Divino. Pertanto, tutti possiamo diventare Bodhisattva, se lo desideriamo e se aspiriamo ad apportare un cambiamento significativo e duraturo non solo nella nostra vita, ma anche in quella degli altri.

 

 

ll sentiero del Bodhisattva non deve esser visto come un impegno distaccato dal mondo, relegato in qualche eremo o tempio sperduto nelle alture terrestri, “praticato” solo da persone con particolari doti di compassione o saggezza, ma – al contrario – una condizione vitale presente nella vita di tutte le persone comuni. Lo scopo dell’affidarsi a questo sentiero è quello di rafforzare quello stato vitale affinché la compassione diventi la base di tutte le nostre azioni. E non solo la compassione, ma anche il dominio di sé, lo studio e l’ottenimento della saggezza. Nessuno di questi, però, viene perseguito in astratto o con l’unico scopo di migliorarsi o dare prestigio a se stessi: alla base di tutti questi sforzi c’è sempre la determinazione di togliere la sofferenza dalla vita degli altri esseri viventi, sostituendola con la felicità. E’ quella di  rivoluzionare la propria vita interiore e sviluppare coraggio, saggezza, compassione e grande forza vitale, altrimenti definite le “qualità del Buddha”.

 

 

Come diceva Thich Nhat Hanh, “un Bodhisattva è una persona che ha compassione dentro di sé e che è in grado di far sorridere un’altra persona o di aiutarla a soffrire meno. Ognuno di noi è capace di questo”.

 

Afro-Bodhisattva.

 

Ora, per rispondere alla questione postami, in realtà non sono io a definirmi Afro-Bodhisattva, bensì le persone con le quali interagisco nella mia quotidianità e la ragione starebbe, sempre a detta loro, nella mia costante propensione a lavorare attivamente per migliorare me stessa e per fare del mondo un posto migliore e più umano per tutti.

 

Onorata da cotanta considerazione decisi di allegare la dicitura alla mia bio quando Kalpen, un mio collaboratore Indiano, mi disse che avevo l’abilità di trattare tutti come miei ospiti. Mi fece l’esempio di come, quando invitiamo un ospite, abbiamo la percezione dell’importanza di questa relazione e li nutriamo con cibo speciale dando loro un’ospitalità extra. Disse, che mi comportavo esattamente come un Bodhisattva perché mi relazionavo con tutti gli esseri senzienti come ospiti, offrendo loro costantemente un banchetto (metaforicamente e non). E questo era un senso innato e costante dell’impermanenza, della preziosità e della generosità delle relazioni.

 

Devo confessare che fui rapita da questo parallelismo e pensai che tutto questo avesse bisogno della mia totale gratitudine verso persone in grado di toccare parte della mia essenza. La dicitura Afro (pur non amando le abitudini alle etichettature) era il corollario su cui, si abbracciava il mio essere persona con il contesto terrestre, anche se, in realtà, mancava sempre l’altra parte (quella Europea, ovviamente!). Mi accorsi grazie a questa esperienza, di aver percorso, involontariamente, questo sentiero  e, oltrettutto,  mi sono resa conto di quanto sia incredibile la nostra convinzione di essere nel mondo a interagire con gli altri e ad aiutarli, mentre in realtà stiamo semplicemente recitando la nostra trama interna preconcetta. Di quanto la nostra visione sia annebbiata e quanto riusciamo a recepire solo ciò che si inserisce nella nostra trama. Sempre inconsapevolmente, avevo trovato un modo per ammorbidire questo schema, creando un’atmosfera favorevole allo sviluppo della “gentilezza amorevole”, imparando a non impormi atteggiamenti che poi potevano risultare forzati, se non addirittura, falsi. Tutto questo lo facevo semplicemente perché mi faceva stare bene. Con me stessa e con gli altri. E la componente “Afro”, più di quella “Europea” mi ha dato gli strumenti per mettermi in discussione e cercare di capire il senso della mia dualità.

 

 

Kalpen mi ha anche aperto un mondo che fino ad allora ignoravo facendomi comprendere come creare l’atmosfera giusta avrebbe fatto sorgere naturalmente la compassione; ma, soprattutto, che il sentiero della compassione si coltiva un passo e un momento alla volta. Inoltre, essendo l’amore la capacità di prendersi cura, di proteggere e di nutrire, se non si è capaci di generare questo tipo di energia verso sé stessi, è molto difficile prendersi cura di un’altra persona. Generare immagini di gioia e guardare tutti con occhi di equanimità e non di discriminazione. Amare sé stessi è il fondamento dell’amore per gli altri. L’amore è una pratica che ha un potere trasformativo tale da mandare in frantumi qualsiasi status quo.

 

 

Con questo ben chiaro in mente, ho ritenuto che quel suffisso “Afro”, indipendentemente dall’etnia o dall’origine nazionale, possa ricordare a tutti quanto la contemplazione delle nostre vite e di quelle delle generazioni precedenti in relazione al colonialismo e alla schiavitù degli africani, ci permetta di avere un quadro più completo di chi siamo e di come siamo arrivati a questo momento. Come persona Mixed, mi sforzo di esplorare questo legame karmico della mia parte nera per estrarre tesori di saggezza da questa sofferenza e per aprire percorsi verso il coraggio, la resilienza, la resistenza e la giusta azione.

 

 

Il mio pensiero quotidiano verte su cosa significhi, per gli esseri umani, essere liberi dentro di sé, nonostante l’imprigionamento, la persecuzione o discriminazione sociale, politica o sistemica. Come possiamo “usare” i disagi e le sofferenze del razzismo, del sessismo, dell’ageismo, dell’omofobia, ecc. come strumenti per perseguire  la nostra illuminazione e per quella di tutti gli esseri viventi?

 

 

Sono giunta alla conclusione che la liberazione più elementare di cui abbiamo bisogno è la liberazione della nostra coscienza. L’illuminazione è libertà assoluta perché riflette la dissoluzione della relazione di dipendenza tra le circostanze e lo stato mentale. La libertà assoluta, la felicità assoluta, non dipende da nulla. Nasce come “gioia di vivere, gioia nella terra, gioia nei volti e nei movimenti delle persone”. Si differenzia dalla felicità relativa, che dipende dalla soddisfazione di alcuni o di tutti i propri “bisogni”. La felicità assoluta trascende i bisogni.

 

 

Ma io voglio e ho bisogno di cose. Nella meditazione quotidiana, mi accorgo del pensiero costante di ciò che voglio e di cui ho bisogno. Per lo più voglio che le cose vadano bene, voglio che le cose siano giuste, voglio che il mondo sia migliore. Quindi, uso la mia meditazione per riflettere su come posso incarnare e incoraggiare la trasformazione del famoso “veleno in medicina”, mantenendo concretezza e costanza e concentrandomi sulla purificazione delle realtà che sto affrontando qui e ora. Questo significa purificare la mia prospettiva in modo da poter agire con saggezza e coraggio quando mi confronto con quelle realtà e lavorare per equilibrare il mio senso di libertà interna e di allineamento con la compassione e la saggezza intrinseche dell’universo.

 

 

Quindi il grado di efficacia nel creare giustizia, sia internamente che esternamente, è un riflesso di quanto ho rifornito i miei sforzi nel mondo con la sorgente della mia mente illuminata attraverso una pratica meditativa assidua. Un’epifania che emerge spessissimo è che questo momento, questa vita, sono uno spazio sacro, senza tempo, dove gli esseri con cui condivido un’eredità spirituale, culturale e ancestrale hanno sempre vissuto insieme. E queste persone sono esseri come me, rappresentative di una realtà considerata “minoranza”, che si sono trovate ad essere guide per coloro che ancora si fanno soffocare dall’oppressione implacabile dell’ingiustizia.

 

 

Tutti gli esseri senzienti condividono un legame interdipendente ed eterno, e i luoghi e i periodi in cui ci troviamo insieme sono scenari per il nostro sviluppo reciproco. Quelli di noi che in quest’epoca sono Mixed, forti della propria bi culturalità, possono insegnare l’alchimia del  trasformare le sofferenze dell’ingiustizia in saggezza e nel coraggio di agire per il nostro bene e per quello di innumerevoli esseri viventi.

 

 

L’esperienza di Mixed per me è un’esperienza in continua evoluzione, direi, quasi, una forma di ricompensa della determinazione fondata su un impegno meditativo spirituale, al di là della sua connotazione fisica e visiva.

 

E’ uno stimolo ad “emergere”, inteso come uscire, venire fuori, venire alla luce. Uno stimolo che mi ha permesso di  trovare innumerevoli spazi al di fuori delle limitazioni del mio essere “diversa” da uno standard universalmente riconosciuto e delle tassonomie dell’identità di genere imposte da un mondo che insiste su classificazioni artificiose dei modi umani di essere e di amare.

 

Ne sono uscita grazie alla mia caparbietà, alla costanza meditativa e,, soprattutto, alla curiosità nella vita.

 

 

 

Luisa Casagrande. Afro-Bodhisattva. Life, Soul and Business Senior Mentor. Chief Diversity Officer e Founder. Investo molto sulle persone e sullo sviluppo del capitale umano, lavorando sui talenti e sulla valorizzazione delle singole specificità. Vivo tra Lagos e Treviso.

 

Ho una formazione in Relazioni Diplomatiche Internazionali, Antropologia Biologica e Studi di Africanistica. Sono Co-Fondatrice e CVO di un Azienda Mineraria in un contesto particolarmente vivace e vigoroso quale quello del Continente Africano. Ricercatrice freelance di studi, cultura, tradizione e patrimonio africani, Executive & Cultural Mentor accreditata presso la SIM, Scuola Italiana Mentoring, e fondatrice di Métissage Sangue Misto, un progetto dedicato al mondo delle persone di identità intersezionali e multiculturali.

 

Mi sono appassionata profondamente al mondo del Mentoring dopo aver conseguito l’accreditamento SENIOR Practitioner e l’attestato di qualità e qualificazione professionale dei servizi ai sensi della legge 4/2013 (MISE – Ministero dello Sviluppo Economico). Ho continuato la mia formazione in ambiti di Competenza Culturale, Management Development Program, Racial Equity Training, Diversity & Inclusion Management, Tribal Leadership Intensive Training, Insight Dialogue e IAP Professional + di THT (Trompenaars Hampden – Turner) per la consapevolezza interculturale. Ho sviluppato un particolare programma per la valorizzazione delle Persone Altamente Sensibili (HSP – High Sensitive People) nel luogo di lavoro e nella scuola, acquisendo così ruoli di Certified Training Executive, Certified Diversity Executive e Chief Diversity Officer.

 

Attualmente svolgo ruoli di Senior e Executive Mentor nell’ambito della Diversità, Equità, Inclusione & Appartenenza Culturale,   sociale   e   aziendale e della Leadership; mi occupo di progetti di inclusione lavorativa e sensibilizzazioni nelle aziende sui  temi della Diversity & Inclusion, lavorando in ambienti e contesti molto diversi (piccole imprese, aziende internazionali, uffici governativi e attività locali italiani e del West Africa), con un approccio in grado di coniugare obiettivi di business e di sostenibilità nel tempo, favorendo processi di inclusione e di benessere organizzativo e individuale.

 

Mi occupo, inoltre, di formazione, valutazione e sviluppo maturando una solida esperienza nella progettazione ed erogazione di attività formative e Mentoring e nella realizzazione di interventi di Assessment/Development di posizioni manageriali e di recruiting di Professional e Manager, spaziando anche nell’ ambito dell’inclusione culturale, dell’engagement, della motivazione, della valorizzazione delle diversità etnico-culturali, del parent & teen training, della gestione della genitorialità, delle problematiche di formazione dei ragazzi nella realtà scolastica e sociale. Particolare attenzione dedico ai temi legati all’interculturalità, alla valorizzazione professionale e sociale delle Persone Altamente Sensibili (PAS), al mondo della multiculturalità nel suo insieme (nell’ambito individuale, sociale e professionale) e con il Progetto Mentoring “Métissage Sangue Misto”, di cui sono la Fondatrice, porto avanti un profondo lavoro sull’intersezionalità delle persone Mixed  (aventi, cioè più di una identità culturale), aiutandole a valorizzare la propria unicità e la propria ricchezza pluri-identitaria.

 

 

 

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